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Un
ricordo di un amico Andò a cercarlo in ufficio, al numero 169 di Via Veneto, la strada che già 4 anni prima di La dolce vita di Fellini era considerata la vetrina-dépendance di Cinecittà. Quel palazzo ospitava la redazione romana di Le Ore, rivista settimanale di attualità cinematografica fondata nel 1953 da Salvato Cappelli. Lì si appoggiava Giuseppe Palmas, il più elegante dei fotoreporter. Lei era Brigitte Bardot, francesina attrice esordiente in cerca di considerazione nella Hollywood sul Tevere. Si erano conosciuti qualche giorno prima in una festa al Caffè Strega. Lei aveva bisogno di qualcuno di cui fidarsi, con cui sfogarsi, una spalla su cui piangere. Era il 1954, un papavero della Warner Bros. – forse il produttore Maurizio Lodi-Fè, forse il regista Robert Wise - le aveva promesso la parte della protagonista nel film Elena di Troia, kolossal americano da girare tra Lazio e Toscana. Ma c’era stato un ripensamento: per quel ruolo era stata preferita Rossana Podestà e a Brigitte la produzione aveva proposto il contentino della parte di Andraste, l’ancella di Elena. Troppo smaliziato per dispensare consolazioni pelose, l’amico Giuseppe si mostrò pungente: “Condivido la scelta. Le gambe di Rossana Podestà sono più belle delle tue. Tu hai i ginocchi grossi”. Dietro a quella battuta c’era tutto il disincanto del fotoreporter per quel mondo di celluloide e illusioni. Brigitte la prese a ridere, accettò il ruolo e tre anni più tardi quell’ancella dai ginocchi grossi divenne la più celebre delle attrici francesi. Ne conosco 100 di storie del genere, narratemi da Palmas in quei 15 mesi tra il 1975 e il 1977 in cui abbiamo lavorato assieme nella redazione del periodico Romagna a Cesena, il luogo natìo in cui lui era tornato e dove io ero approdato per volontà del conte Alberto Rognoni mio maestro di giornalismo ai tempi del Guerin Sportivo. Il conte Rognoni, che era stato anche suo direttore a Le Ore alla fine degli anni ’50, lo chiamava Maestro. “Palmas finge di essere stato un paparazzo – diceva Rognoni – Non gli credete: le foto di Sofia Loren o di Vittorio Gassman servono a mascherare la sua reale attività di quell’epoca. Ogni scatto anatomizzava i protagonisti delle cronache: dalla senatrice Lina Merlin che sigillò i bordelli, ad Anna Maria Caglio, il “cigno nero” dello scandalo Montesi. Palmas arrivava al soggetto prima e meglio degli altri. I suoi non erano reportage fotografici. Erano dipinti dell’anima”. Michele Bovi
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